La mostra

Bergamini
e la sacralità
del paesaggio

Quando, più di vent'anni fa, entrammo per la prima volta in contatto con Luigi Annibale Bergamini ci furono all'inizio certamente d'aiuto i codici interpretativi suggeriti da Giovannantonio Forabosco nel provare a "leggere" una pittura che così evidentemente appariva esercitata, comunque la si osservasse, in uno speciale teatro chiamato della follia. Poi, però, a guardare oltre la recinzione della sofferenza, con le sue colorate "aree di mistero", ci convinsero le parole di don Antonio Savioli; a penetrare nell'universo creativo di Bergamini, come quello d'un pittore autentico, dalla genialità fin dall'inizio sostenuta da una naturalità dirompente, anche se forse abbandonata a se stessa, tipica d'un pittore istintivo, ma non naufrago senza mappa e senza rotta.

Avendolo specialmente scoperto come autore di soggetti sacri (si pensi al ciclo della chiesa di Maiano), abbiamo azzardato a scrivere di un Bergamini misuratosi con modelli antichi - quelli contenuti in un proprio catalogo iconografico fatto di ritagli di libri, cartoline, fotografie, come pure di rimandi alla memoria delle giovanili frequentazioni dell'accademia ravennate e dello studio di Giulio Ruffini e poi delle visite ai paramenti musivi delle basiliche cittadine e delle fughe fiorentine e veneziane - finendo per generare immagini straordinariamente originali, tra l'altro ardite nella loro pienezza compositiva e nelle scansioni cromatiche scaturite da ricettari casuali e improvvisati formulari.

Potrei davvero sostenere, venendo ai temi della mostra odierna, che proprio nella dimensione del sacro si è disvelato il Bergamini pittore di paesaggio. Basti vedere le versioni della Madonna col Bambino che sono qui esposte. Ma di più è apparso chiaramente. Che da Bergamini il paesaggio è stato dipinto non come fondale della sacra rappresentazione, ma in tutto partecipe della scena, per di più animato da presenze che non t'aspetti: a volte certi tipi di frutti, magari perfino esotici, ma più spesso il pittore è ricorso ad un suo bestiario ideale. Cavalli, cani, lupi, cerbiatti, gatti, pecorelle, uccellini dal collarino rosso nella scena naturale non ci appaiono come semplici comparse, e questo perché appartenenti anch'essi, in fondo, a quel fragile e misterioso universo bergaminiano nel quale è potuto pure capitare che un povero asinello (come quel che dà titolo alla mostra) sia diventato protagonista assoluto del quadro. Ed è successo, non per caso, che per tramite di quello stesso asinello il pittore abbia inteso mostrare e comunicare qualcosa di sé, del suo sentire, del suo modo di osservare la realtà.

Se è vero, come è stato scritto, che pure con le persone ogni volto ritratto è stato per Bergamini un poco come ritrarsi, allora sta a noi in questa mostra proprio con l'asinello e con gli altri metterci in dialogo.

Orlando Piraccini, studioso d'arte

L'asinello e gli altri

    Il mondo animale di
    Luigi Annibale Bergamini

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